Ricerca  
mercoledì 10 marzo 2010 ..:: ARTICOLI ::.. Registrazione  Login
LA SHOAH DI FERRAMONTI - DON VINCENZO BARONE



shoah hp.jpg

LA SHOAH

DI FERRAMONTI  IN  CABRIA

27 GENNAIO GIORNATA DELLA MEMORIA

DI DON VINCENZO BARONE

 

LA SHOAH

Dopo le prime due mute visite del teologo tedesco Ratzinger ai campi dell’olocausto nazista del popolo ebreo, ad Auschwitz e Birkenau, in Polonia, Benedetto XVI il 28 maggio 20O6 portò negli stessi luoghi del più folle sterminio umano la sua voce di testimonianza cristiana con­tro la ferocia dei razzismo politico, che, per sempre, timbrò di vergogna del secolo XX

Un fatto di questa impor­tanza umana e religiosa non poteva non interessare l'opi­nione pubblica mondiale e, dare ad essa  l’occasione di co­gliere i più disparati aspetti oggettivi e personali dell'av­venimento.

Ira tutti, è stato quello di avere voluto liberare il popolo tede­sco dalla Shoah, contro tutti gli opinio­nisti della storia, quando affermò, per amor gli patria, che es­sa deve attribuirsi alla re­sponsabilità di pochi e non al popolo tedesco.

Noi rimandiamo i nostri let­tori a quelle cronache che li chiamano  a riflettere come mai sia potuto accadere tutto ciò, in pieno secolo XX, e qua­le mente pazza e perversa l’abbia potuta concepire.

Contro il silenzio  dell’oltretomba del ferocissimo autore di tanta pazzia, risponde la Bibbia e ci informa che fu Mosè ad ordi­nare, in nome di Dio, l'olo­causto dei vinti, per essere bottino di guerra a lui solo  spettante, quale unico e vero vincitore di ogni guerra ebrea, come forse voleva dire anche il presidente iraniano, quando recentemente af­fermò che l’olocausto fu un'invenzione degli ebrei.

Anzi, essi inventarono e fe­cero non solo l'olocausto de­gli Amaleciti, ma anche tutte le scelleratezze, che l’uomo lupo dell'uomo possa avere mai concepito, come qui di seguito le nostre citazioni bi­bliche vogliono dimostrare, nel quadro culturale della legge del taglione di Mosè, occhio per occhio, dente per dente.     

Ad  esse si era opposto, già duemila anni fa, l’ebreo di Galilea, Gesù di Nazareth, ma fu respinto è  ucciso dai custodi della Torah del tempio.

Pertanto, insieme a noi, anche gli ebrei debbono associarsi a Cristo, (Mt 5,38 - 39), se vogliamo dare la nostra convinta testimonianza di rifiuto in­condizionato dell'olocausto nazista, di tutti quelli, che si consumano nelle vendette dell’odio contro la vita dei fratelli del mondo intero e, specialmente con il cinismo capitalista dell’economia globale moderna e il Papa deve espri­mere il suo coraggio di soli­darietà agli Ebrei, da questa sua posizione istituzionale della civiltà cristiana è della verità di  Cristo.

 Bibbia sì, Bibbia no.

La Bibbia, sul filo culturale dell’ Enuma Elish babilonese, in cui Marduk era il dio assoluto, divenne il mito di Jahvé, che agli Ebrei diede la certezza della fede e su di essa fece in­nestare la loro speranza im­possibile nella vita(Ebr. 11).

Così una massa di nomadi si fece popolo e fecero dio il proprio” io”, tanto che con un patto di alleanza gli fecero sancire i loro istinti: di faida con la legge del taglione, della vendetta e della pena di morte con la condanna di Adamo nel’Eden.

Giustificò guerre e invasio­ni con  il diritto della terra promessa e dell discorso di Mosé, che ai vincitori comandò l'olo­causto dei vinti (Deut 7, 16; 13, 16; I Sam. 15, 20-23) e, con la morte di Sansone ai vinti insegnò la vendetta dei kamikaze (Giudici 13, 30).

Con la maledizione, di Noè contro Canaan figliò di Cam (gen. 9,2&29)istituite la  schia­vitù e il diritto degli ebrei a sottomettere i popoli confi­nanti con loro, perché discendenti di Canaan.

Con te teocrazia istituì la dittatura e il razzismo. L’ebrea Simone Weil per queste con-traddizioni lasciò l'ebraismo e scrisse che gli ebrei hanno chiamato Dio la propria ani­ma (Quaderni v. 4, nag. 244).

Ma, per la sua ambivalenza, tra storia e mito, religione e sapienza, culto e olocausto, pro­fezia e messianismo, la Bib­bia è divenuto il libro della verità di salvezza, anche nella storia della shoah, quando la Calabria diede il suo volto umano e cristiano  al lager fascista degli ebrei italiani, che restò aperto dal 1940  al 1943, a Ferramonti, in provincia di Cosenza.

Questo spirito  di civile e cristiana ospitalità, con cui la Calabria fu vicina  alle vittime ebree del razzismo  hitleriano accettato  da Mussolini in Italia è stato conservato nella memoria storica del lager di Ferramonti da vari autori della nostra storia di Calabria, come fecero  Ermanno Capani e  Giuseppe Miraglia

II caso più eclatante di spirito conciliativo, scrisse Ermanno Capani, si verificò proprio nel periodo più buio del Regime, nel campo di concentramento di Ferra­menti di Tarsia, istituito nel 1940 per ospitarvi Ebrei italiani e stranieri, fra i quali numerosi laureati, impiegati, artisti, commercianti e operai specializzati. Nonostante i rigori del regolamento, mutuato da quello dei "lager" tedeschi, e le angherie dei militi fascisti preposti alla sorveglianza (poi sostituiti dai più tolleranti soldati dell'esercito), grazie all'umanità del maresciallo di PS Marrari, reggino, gli internati ebbero alleviate molte delle sofferenze insite nella loro condizione di detenuti, ed ebbero anche agevolazioni assolutamente inconcepibili ad Auschwitz o Dachau. Leggendo il documentatissimo libro di Francesco Folino "Ferramenti, un lager di Mussolini", si viene tra l'altro a sapere che non esisteva obbligo di lavoro per gli internati e che, con speciali per­messi, era possibile uscire dal campo, per acquistare nei paesi vicini oggetti di uso personale o fare la spesa per altri compagni, così come si poteva avere contatti con la gente del luogo che veniva a vendere qualcosa davanti al campo. Alcuni studenti internati ebbero anche la facoltà di recarsi a sostenere esami nelle sedi univer-sitarie. Nel recinto di Ferramenti furono inoltre costruiti altari per i riti di varie religioni, e vennero celebrati anche dei matrimoni, senza contare che si registrarono diverse nascite. Mentre risulta che nel campo nessuno morì a causa di maltrattamenti odi percosse, ma di malattie, fra cui la malaria, dovuta a scarsezza di chinino. Da segnalare infine che dopo la liberazione, avvenuta nel 1943 ad opera degli Alleati, alcuni degli internati si stabilirono in Calabria. Come l'editore Brenner, che sposò una ragazza di Reggiano Gravina e proseguì a Cosenza la sua attività, e il medico Ladislav Schwarz che riprese a svolgere la sua professione a Castrovìllari, ove sposò la figlia del generale Pellegrini.

(Ermanno Capani).

A questa testimonianza di civiltà cristiana del popolo calabrese, si aggiunge anche quella di Giuseppe Miraglia,  che qui di seguito vogliamo riportare:     

LAGER di  FERRAMONTI -- MIRAGLIA

 Ho letto il pezzo dello stimato Ermanno Capani"Dittatura all' italiana" ed ho fermato l'at­tenzione sulla parte descrittiva relativa al "lager dal volto uma­no". Non ho letto  il libro di     Felino  “Ferramonti  un lager di Mussolini”.

Tutto quanto detto sull’argomento dall’amico Capani può essere documentato attingendo notizie dall’archivio della Questura di Cosenza, ma anche e soprattutto, per quanto attiene l’ambiente castrovillarese, presso la Procura della Repubblica  di Castrovillari.

Mio padre Cav. Francesco Miraglia, cancelliere presso la Repubblica di Castrovillari generazione con qualche capello bianco non sconosciuto, ha accompagnato  per motivi di ufficio e di controllo il Procuratore del Re  del tempo Cav. Dott. Curti in visite periodiche presso il campo di Ferramonti.

Il trattamento che ebbero gli internati, non certamente da considerarsi “detenuti”", ed il comportamento che ebbero i cosiddetti “guardiani” era ispirato al senso di umanità dei responsabili di quell’ufficio della procura di Castrovillari, preposti al controllo delle norme  in vigore,  consapevoli dei disagi e delle privazioni che lo stato  di internati certamente causava. In tanti si prodigavano per alleviare le condizioni di vita degli internati. Ciò è documentato dalle attestazioni degli interessati e dalla vita professionale che in molti  esercitavano nei nostri paesi,Castrovillari, Bisignano, San Giovanni in Fiore, Cosenza, ecc., dopo la chiusura del campo.

Io stesso ho avuto modo di conoscere oltre al dott. Schavarz e all’editore Brenner, il dott. Abramo Covinik, medico, trasferitosi a S. Giovanni in Fiore, dove ha esercitato per tanti anni e dove è stato battezzato secondo il rito cristiano con padrino il dott. Antonio Oliverio, Ufficiale Sanitario del tempo: lì ha vissuto con la moglie , una gentile signora perugina. Quella comunità ha stimato molto il medico “polacco”, che ha voluto rimanere, come altri, in provincia di Cosenza.

Altrove, come sai, si parla con enfasi di maltrattamenti e si specula sull’argomento con convegni e manifestazioni, che tante volte non rimarcano la verità dei fatti.

La memoria della shoah, che fu la più nera atrocità del secolo XX non vuole essere una commemorazione di vittime innocenti, ma è la liturgia di un evento, che  ogni volta lo fa presente nella coscienza di coloro che la celebrano, per gridare al mondo nuovo di “mai più”, perché non c’è nessuno assoluto, a cui si deve offrire l’uomo in olocausto sacrificale.

Comunque, la festa della memoria  del massacro di Auschwitz non è una novità della protesta generale della coscienza  ebrea, a cui si è legata anche quella della intera umanità, perché essa fu istituita la prima volta nel 166 a.C, da Giuda Maccabeo, che dopo la sua vittoria contro Antioco volle che il popolo di Gerusalemme avesse ricordate per sempre le scelleratezze di quel re e la sua profanazione del Tempio con  l’istituzione in esso del culto pagano di Zeus Olimpo.

Allora, egli riconsacrò il tempio e istituì la festa della memoria detta  di Hanukkan.

La via della passione degli Ebrei, passò anche per  la Calabria di Terramonti di Tarsia, in provincia di Cosenza,  dove Mussolini aveva fatto aprire un lager di internati ebrei, come per simbiosi politica con il nazismo di  Hitler, che  a Norimberga, nel 1935, aveva emanate le leggi razziali contro gli ebrei, in e  per mettersi  in linea anche con Stalin, che per lo stesso scopo in Russia aveva aperto l’arcipelago dei Gulag..  

Il loro progetto antisemita si fondava sulla teoria  nazista, esposta da Hitler nel suo libro,”Main Kampf “ del 1927, in cui egli dichiarava gli Ebrei ”razza  negativa e bastarda” , che  poteva contaminare la super-razza ariana tedesca destinata a sottomettere tutte le altre razze della civiltà occidentale.

Il diario della piccola ebrea Anna Frank descrive la ferocia dei rastrellamenti, con cui i Tedeschi imprigionavano gli ebrei, per internarli nei campi del loro sterminio, è una  diretta testimonianza  della determinatezza nazista nei suoi propositi ideologici di distruzione degli ebrei.

Lei era nata a Francoforte nel 1929, ma, nonostante  i suoi primi salvataggi ad Amsterdam, dopo l’occupazione tedesca dell’Olanda, per lo spionaggio  corrente dei collaboratori nazisti, a 16 anni, venne anche lei internata il 2 settembre 1944, e fu condotta con la madre e la sorella nel campo di Auschwitz, dove lei e la sorella morirono di tifo, tra i sei milioni di ebrei, che con un altro milione  e mezzo di zingari furono sacrificati al dio celtico degli ariani di Hitler.

Quest’ultimo olocausto fu un’altra tappa   di storia  del popolo  ebreo, che a Auschwitz venivano dai ghetti dei loro rifugi nelle città, dove era ammessa la loro dimora.

Auschwitz fu l’ultima storia di tutte le storie della shoah degli ebrei, che era cominciata in Egitto con la legge, con la quale il Faraone aveva ordinata  l’uccisione ti tutti figli maschi delle famiglie ebree di Egitto. Ad essa seguirono le deportazioni degli Assiri, nel 722 a.C.  e quelle babilonesi del 587 a.C., a cui Nabucodonosor aggiunse anche la distruzione di Gerusalemme insieme a quella del suo Tempio. Alle alternative vicende politiche imposte loro dai grandi re della terra, nell’anno 197 a.C. , la Giudea  fu occupata  dagli Antiochi, che riempirono la storia ebrea di corruzioni politiche dei traditori ebrei, che si misero al loro servizio e collaborarono con loro tanto nelle oppressioni del popolo  quanto nelle depredazioni  della città  e del Tempio, fino al sacrilegio di sostituire il culto della Torah con quello pagano di Zeus Olimpo.     Contro queste provocazioni sacrileghe si ribellò il sacerdote Mattatia e uccise l’apostata ebreo, che aveva accettato di officiarne il culto. A Mattatia, nel 166 a.C, successe suo figlio Giuda, che ebbe la rivincita su Antioco, e come sopra abbiamo detto, riconsacrò il tempio e istituì la festa della memoria detta  di Hanukkan. Solamente  nel 135 a.C. il fratello Simone sconfisse definitivamente la spedizione di Antioco VII . Ma le discordie  della loro successione regale e delle sette religiose del tempio misero fine alla rinascita di  Gerusalemme e  determinarono l’occupazione di Roma con Pompeo, nel 63 a.C. , con la rivincita dei traditori, le depredazioni dei  tesori del tempio, le corruzioni politiche e quelle del culto di Jahvé. Nell’anno 74,dC., la  prima guerra Giudaica dei Romani finì con la tragica conclusione dell’assedio di Massada, dove, nel 66 si  erano insediati un migliaio di Zeloti. Questi, dopo una eroica resistenza, furono costretti alla resa, ma non la lasciarono, né vollero cadere prigionieri nelle mani dei Romani, perché fecero l’olocausto della loro vita e morirono tutti, lasciando nell’inconscio del loro popolo disperso una eredità culturale, che si rinnovò nei secoli futuri.

Perciò, quando i Romani entrarono nelle fortezza di Massada non trovarono alcuna resistenza, ma solo la orrenda ecatomba  del suicidio collettivo della comunità ebraica dei Zeloti , che,dopo l’occupazione romana di Gerusalemme e la distruzione del secondo Tempio, si erano rifugiati in quell’antica fortezza, di Massada, che sorgeva su di un altopiano di sei Kmq  situato a 400 m di altezza rispetto al Mar morto, nella Giudea sud-orientale.

L’esercito romano aveva assediata la fortezza  con l’impiego di settemila  schiavi e solo, dopo tre anni di assedio, la espugnarono, ma trovarono l’ecatombe dei suoi difensori, che si erano data, vicendevolmente, la morte di spada, dopo d i avere dato fuoco alla loro fortezza di Massada, per offrirla, insieme a loro, in olocausto  alla propria dignità di ebrei liberi.

Rimasero vivi solamente  pochi bambini e  due donne, per consegnare ai posteri  quella loro memoria di eroi.

I Romani sorpresi per quel coraggioso olocausto tributarono a quei valorosi  scomparsi  un silenzio di omaggio.

 Così, Massada rimase in mano ai romani, fino all’epoca  bizantina, quando venne abitata dai loro monaci cristiani, fino all’epoca della occupazione araba. Ora, essa è diventata un simbolo sionista e lì le reclute israeliane pronunciano  il giuramento di fedeltà al grido : “Mai più Massada cadrà” 

Quasi, contemporaneamente all’olocausto di Massada, nel 71, avvenne l’olocausto di 5.000  morti e 6.000 crocifissi calabresi seguaci di Spartaco, quando Crasso  sconfisse e   uccise il gladiatore ribelle, presso il “ lacus lucanus “, come scrive Plutarco  (in: Vite Parallele di Nicia e di Crasso. Mondadori 1993) individuato  in località  “ Lagoforano”   sita al confine attuale, tra Calabria e Lucania, allora territorio del castrum di Cerchiara. (Vedi: V.Barone “Calabria.Aqua viva di Terra nostra” Edz.2004).

Dopo  i fatti  della guerra romana, con Massada finì anche il popolo ebreo, perché diventò “ l’ebreo errante”  ridotto nei ghetti delle città straniere, dove rimasero come stranieri malvisti, e accerchiati da una cultura popolare, che in Calabria  era diventata anche  il grido di una  invettiva di rivincita, che con la memoria liturgica di Cristo risorto, al  primo suono delle campane pasquali a tutti faceva gridare: “schcattate cani eJudihi, ca Gesù Cristo e iut’ in cieho”.

Ma  questo osanna inconsciente dei fanciulli di un popolo superstizioso  non distrusse il senso di solidarietà

 della gente con gli Ebrei, che  si evidenziò con generosità  verso gli internati ebrei di Ferramonti, come  il Capani e il Miraglia hanno scritto nelle citazioni prima riportate.

Però questa eredità caratteriale di una inconsapevole storia  della cultura antiebraica derivataci dalle passate ghettizzazioni degli ebrei in Calabria non distrusse l’inconscio della naturale solidarietà, che i calabresi  stabiliscono tra i poveri degli stessi eventi distruttivi della propria esistenza, perché sulla storia prevale sempre il pathos, che tutti ci portiamo  dentro  nel profondo strutturale della nostra psiche e ci esplode nella coscienza appena un altro pathos  della sofferenza umana attiva  la naturale empatia con chi soffre vicino a noi.

Nel bagaglio storico sommerso nell’inconscio dei calabresi ci sono  tutte le shoah del  loro passato secolare, da quando  la gente e la sua itala ed enotria terra subirono devastazioni distruttive da quando vi emigrarono i primi popoli mediterranei come furono i Pelasgi della preistoria greca. A loro seguirono gli Achei di Sibari e, nel 380 a.C., i Bruzi e i Lucani, che,  scesero dalla Lucania in Calabria con una invasione da barbari, di cui Petronio scrisse:

Un tempo, la Calabria fioriva ed ora è preda alla ruina, …..le pesti sparsero orrore e i campi si coprirono di cadaveri per li pasto dei corvi…”,  perché vi sfociavano tutte  le acque torrentizie dei monti da cui  è attraversata come un dorso.

 Anche Annibale, quando fu scacciato dai Romani, incendiò Thurio della Sibari antica e fuggì nella sua Africa, dopo di avere razziato tutto il territorio, riducendo gli uomini schiavi  rematori della sua flotta e depredando vettovaglie e legni per le imbarcazioni  della sua fuga in Africa.. Allora, i Romani divennero i nuovi padroni del territorio fino a Cosenza e dichiararono “Ager publicus” (Tito Livio- XXX,19), imponendo le loro leggi militari alle popolazioni  e reclutando schiavi  e beni per i loro scopi militari e logistici con le squadre  del loro esercito, a cui diedero il potere di “correctores” Lucaniae et Bruttiorum” e di sopprimere i ribelli della resistenza come “ fures, latrones et homines mali”(anno 186 d.C.).

Ai Romani successero le invasioni bizantine e longobarde, che  con guerre e leggi barbare, come quelle del mundio e dell’ordalia, invasero il territorio e la cultura della gente del luogo e lo dominarono, fino  a quando furono scacciati dai Normanni. Questi nuovi barbari del nord, per sfruttare popolo e territorio, istituirono  il feudalesimo con le nuove schiavitù degli utili signori di turno, che instaurarono un nuovo  ordine economico e fiscale, concedendo ad essi tutti poteri  di giurisdizione, per i quali, secondo quanto scrisse il Pontieri, erano divenuti i piccoli re del feudo.

A loro i  contadini dovevano pagare la protezione del territorio dalle scorrerie dei briganti e dei Saraceni con le corvées del lavoro gratuito  Lo stesso Pontieri scrisse che, tra i feudatari,  “ c’erano baroni ribaldi e manutengoli ribaldi” che si macchiavano di reati di sangue,  di oppressioni,di furti e di delitti. Anche Benedetto Croce  così li ricorda……..il banditismo, o brigantaggio, era una istituzione alla quale il governo stesso faceva ricorso, come al tempo della guerra con Lautrec……..il banditismo apparteneva  all’Europa.....A  tutte queste oppressioni i Calabresi aggiunsero nel loro conto di  miseria e di morte anche le ecatombe dei terremoti del 1783 e del 1908, le stragi delle ricorrenti pestilenze, dell’ombra gialla della  malaria e delle stragi militari del regio esercito spagnolo. Nella coscienza collettiva calabrese è stata sempre sanguinante  la strage,  con cui, nel  1459,  il re di Napoli, Ferdinando  soppresse la rivolta dei contadini con il suo esercito, nella piana di S. Eufemia, perché  chiedevano la terra del loro lavoro e del loro pane. L’esercito del re rispose col il ferro e il fuoco delle loro armi, alla sommossa  dei contadini, che erano armati solo di zappe e falci. Essi protestavano  disperatamente contro il loro sfruttamento dei Signori , ma cadevano morti per terra, gridando :“Viva il re e muoia il governo”. Questa storia seguita da altre della stessa crudeltà scorre ancora nel sangue dei Calabresi, che alla fine, nel 1860,  furono  espropriati della intera loro regione e di tutte le realtà economiche e politiche con l’occupazione dei Savoia, che in nome del sacro ideale dell’unità di Italia, dovettero subire la decimazione dei nuovi correctores  dei briganti, emigrare nelle Americhe e morire nelle guerre di indipendenza, coloniali e razziste di Hitler.

Ma tutto questo non é bastato, perché  la politica  italiana della seconda metà  del XX secolo ha fatta la deportazione di massa dei Calabresi nel nord della Italia e dell’ Europa, perché con le loro bracciai dovevano  attivare le industrie dell’economia capitalistica e restare schiavi dell’urbanesimo, che con loro si attivò nelle città della loro migrazione trasformando i popoli in masse di consumo nella perversa logica della interdipendenza, tra  produzione e consumo..

Questo fu  l’ultimo orrendo olocausto dei calabresi alla politica industriale moderna e postmoderna, che li ha strappati alla  terra e alla cultura dei loro Padri e ha lasciato l’uomo vuoto dell’ “UOMO”..

Nella storia ebrea le deportazioni hanno avuto sempre un ritorno in patria. Anche  quella  dell’olocausto di Massada  ha avuto il suo ritorna nella terra dei Padri con la risoluzione delle Nazioni Unite N. 181 del 14 maggio 1948.

 Ma l’olocausto della  gente di Calabria all’economia globale della politica non avrà mai un ritorno

              -DON VINCENZO BARONE

Aggiungi Contenuti...
LIBERATORE O DITTATORE ????????
Garibeldi - Liberatore o Dittatore ????
 

CERCHIARA LIBRI

PRESENTIAMO IL NUOVO LIBRO DI DON VINCENZO BARONE

 

 

EROS,DONNE E CIVILTA’                                                    

Esso spazia nella cultura forte dell’antichità classica e biblica e, secondo lo scrittore Alfonso Mirto, è alternativo alla massa libraria moderna pervasa , quasi totalmente, dalla effimera fattualità quotidiana degli avvenimenti di cronaca e bassa  politica. Questo spaziare del libro, tra saggistica e narrativa, nel mondo classico, mitologico e biblico   chiama i suoi lettori a danzare sulle sue  pagine  con gli antichi valori ideali dell’uomo.   Secondo lo scrittore Mario Alfano, lo stile e il valore letterario del libro hanno dato a tutti i racconti una  magia segreta, che li ha fatti “diventare alberi carichi di foglie, di fiori e di frutti degni della migliore novellistica italiana e francese” ( v. pag 11),  in un concerto di motivi sonori, che nell’anima infondono la segreta speranza  di fare realtà una nostalgia, che ancora esiste inquieta  nell’inconscio della nostra psiche.

Una particolare attenzione merita  il racconto  di pag.139

La donna che sedusse Adamo prima di Eva”,

perché in esso l’autore, in particolare, vuole dimostrare che la donna biblica della costola di Adamo non è una persona reale, ma è l’allegoria della Psiche, con cui Dio completò la creazione  dell’uomo, facendolo passare  dal sonno dell’inconscio di ominide alla perfezione di uomo psichico, capace di fare la scelta trasgressiva del peccato. 

La psiche, per la sua ambivalenza, tra il bene ed il male, nel linguaggio figurato dell’archetipo immaginario dei sogni e delle fantasie dei primitivi popoli venne indicata con l’allegoria della “donna”, perché Pandora, che fu la prima donna creata da Zeus, impressionò la fantasia degli antichi con la sua  ambivalenza, tra la bellezza del suo corpo e l’orrore del suo vaso, da cui lei fece versare tutti i mali nel mondo.

Questa tesi, che è ampiamente dimostrata nel detto capitolo di pag.139, vuole essere una voce di verità contro  l’antifemminismo, che, nei racconti delle origini,  è partito  dalla colpa dei mali attribuiti alla donna reale, che, invece, era l’allegoria della psiche dell’uomo.

Credo che ogni lettore condividerà questa mia originale tesi ampiamente motivata, per lottare contro  il perverso antifemminismo, che commette  sempre più raccapriccianti violenze contro la donna.

Nello stesso libro ci sono altre tesi bibliche, mentre a pag.165 c’è il capitolo “Diavoli e Magia”, che vuole smontare storicamente ogni credenza in essi.

Grazie, se vorrà leggermi ed esprimermi il suo parere, almeno per e-mail.

Mio indirizzo:

Don Vincenzo Barone

Via Roma, 61 /  87070 Cerchiara di Calabria (Cs)

Telef. 0981.991023. e-email:donvincenzobarone@libero.it

Don Vincenzo Barone

 


eros-1.gif


eros-2.gif

DON VINCENZO BARONE



LA VERITA’ DELLA ECONOMIA GLOBALE NELL’ ENCICLICA “CARITAS IN VERITATE”

 

”Enciclica” è il nome  della lettera  aperta, che il Papa, attraverso i Vescovi, invia a tutta la cristianità di ubbidienza cattolica, per dare le sue indicazioni per la  soluzioni di alcuni  problemi di vita ecclesiale, o sociale, degli uomini nel mondo.

Questa terza enciclica di Papa Benedetto XVI redatta con l’assistenza di 11  personalità internazionali della Chiesa riguarda il problema dell’economia globale di mercato nel mondo economico attuale.

L’occasione è stata data dalla crisi sociale del capitalismo globale causata, nel settembre 2008,  dalla frana finanziaria  della banca Lehman Brothers” e dalla richiesta di Wall Street di una indicazione di  nuove regole morali nella gestione dei capitali. Ma di fronte ai vistosi e irreparabili crac succeduti nel mondo finanziario al Papa parvero inadeguate tutte le scialuppe di salvataggio di fronte alla necessità di inventare nuove regole e nuove vie per un nuovo sistema economico post-industriale.

Le ipotesi di queste nuove vie di civiltà economica post-industriale formano il corpo della enciclica, che in sei capitoli e 78 paragrafi propone la rifondazione della nuova economia mondiale  sulla “carità”, che si oppone all’assistenzialismo e assume il  valore politico e sociale   di bene comune , perché quanto più si ama, tanto più si annullano le ingiustizie e i monopoli.

La logica del profitto capitalistico, che ignora il bene comune,  “distrugge la ricchezza e

e crea povertà”(21).La globalizzazione deve servire all’unità del genere umano in un processo planetario di integrazione(42), attraverso la ridistribuzione della ricchezza guidata dalla politica e ispirata al  superamento del profitto, per diventare dono (37).

L’aumento della povertà erode la società  e mette a rischio  la democrazia  e l’economia stessa, attraverso l’erosione progressiva del capitale sociale fatto di fiducia e di rispetto delle regole di convivenza civile(32), per la  costruzione della democrazia economica (38)

Quindi l’enciclica passa a proporre la necessità dei valori trascendenti , perché l’ umanità  non  può diventare una comunità universale e fraterna senza accettare la convocazione di un Dio-amore (34) la sola che fa aprire l’economia a forme  solidali  di attività economiche caratterizzate da quote di gratuità e di comunione, senza di cui non c’è socialità(39). Difatti, il mercato funziona meglio solo se promuove  “emancipazione” e se  la distribuzione viene integrata nel processo stesso della produzione. Questa forma di democrazia economica, richiede non il dirigismo del super-stato, ma una poliarchia fondata sulla sussidiarietà (57) e dotata del potere effettivo di garantire sicurezza per tutti, disarmo internazionale, sufficienza alimentare, pace, ecologia, regolarità migratoria, giustizia sociale e difesa  della vita e della dignità dell’uomo (50)

Questa è l’Utopia della enciclica, che non vuole  indicare un papato teocratico ma l’urgenza dell’economia globale industriale del potere a  passare all’economia postindustriale  della sussidiarietà. (67).Alla Chiesa e ai cristiani tocca di mostrare come siano possibili le indicazioni della enciclica,

che sollecita a costruire il nuovo ordine economico, attraverso la coniugazione della predica con la pratica, la finalizzazione della verità  al primato del bene comune e il superamento  del concetto di carità assistenzialista e filantropica intesa a coprire le storiche divisioni strutturali, tra ricchi e poveri. La Carità deve assumere la dimensione sociale e diventare una istituzione  operativa del bene comune, attraverso la umanizzazione del mercato (7). Questo nuovo mondo globale post-industriale richiede anche la  istituzione  di una seconda assemblea  delle Nazioni Unite con il potere di guidare il mercato delle materie prime e alimentari e di istituire una Organizzazione mondiale  delle migrazioni.

L’enciclica ha ceduto con grande  convinzione alla Utopia del principio di gratuità e di dono senza contropartita, che, in alternativa al profitto, deve governare l’economia globale e disseminare la solidarietà, la giustizia  e il bene comune nella società della “democrazia economica” (38)

L’enciclica “Caritas in Veritate”  indica non solo una Utopia della economia globale post-industriale,  ma  anche la grande conversione di Benedetto XVI   al relativismo della verità razionale, che, come egli dice, quando è assoluta e sganciata dalla carità del bene comune, finisce nell’integralismo e nel giustizialismo.(n.7).Anche l’ enciclica”Fides et Ratio” di Giovanni Paolo II ricordò  l’excursus storico del pensiero umano nella sua ricerca del vero (36-37), proprio perché, al di fuori della rivelazione,

“la verità è un processo e non un possesso”.

Don Vincenzo Barone

(Per la Direzione:  Parroco di S. Giacomo in 87070 Cerchiara di Calabria (Cs)

  e-mail: donvincenzobarone@libero.it

 

PORTALE DELLA CHIESA DEL SANTUARIO S. MARIA TON ARMON - CERCHIARA DI CALABRIA (CS)




31c santuario entrata.JPG




DESCRIZIONE DEL PORTALE DELLA CHIESA DEL SANTUARIO

S. MARIA TON ARMON DI CERCHIARA, CAL. (C   s)

 

SCALPELLINI LOCALI (Cerchiara di Calabria,

documentati nel 1577)

///   Portale

Pietra tufacea

376x66x46

Iscrizioni: sulla cornice della trabeazione

"...INTRA. ..IUSSV.. .TI. .ANNO DO. MDLXXVII"

Protomi animali fungono da base a due plinti su cui si innalzano colonne sormontate da capitelli in stile composito, scanalate nella parte superiore e con girar! d'acanto fioriti e figurazioni antropomorfe nella inferiore. Nell'archivolto figurano due angeli a rilie­vo; l'intradosso è a motivi romboidali con ro­sette a più petali. Sulla trabeazione a "dentelli" - con stiliz­zate decorazioni floreali e col motivo decorati­vo dei due grifi affrontati - al centro - sono ada­giati cinque frammenti lapidei con figurazioni a rilievo: al centro, è la Madonna col Bambi­no, attorniata da due testine angeliche; ai lati due angeli ostentano, a sinistra, lo stemma dell' "Università" di Cerchiara, a destra, quello dei Pignatelli.Tali elementi, insieme alle figurazioni dis­simili apposte sulle colonne e sui plinti, pre­sumono la non originalità del portale, proba­bilmente rimosso e poi ricomposto negli am­modernamenti del Santuario dei secoli XVII e XVIII. Gli angeli potevano fungere da corona­mento ai pilastri laterali del cancello in ferro battuto posto - in origine - all'ingresso del settecentesco portico, senza escludere, la proba­bile provenienza delle colonne, da edicole o altari del Santuario.

Nell'iscrizione frammentaria, si legge per esteso la sola data: 1577; riguardo agli artigiani esecutori del manufatto, si può solo presume­re che si tratti di scalpellini locali che rielabo­rarono, se pure in un linguaggio semplice e provinciale, i motivi dell' architettura rinasci­mentale.

L'ipotesi proposta dal Frangipane (1932) sulla committenza dei Principi Sanseverino di Bisignano, sembrerebbe non risultare verosi­mile, se si considera che il feudo di Cerchiara nel 1532 (spreti 1932) venne ceduto dai San­severino ai Pignatelli di Monteleone, che de­tennero dal 1556 il titolo di Marchesi di Cer­chiara (SPRET11932; ZITO 1972; CAPPELL11974; BA­RONE 1982).

BIBLIOGRAFIA

FRANGIPANE 1932, p. 4; SPRETI 1932, p. 353; ZITO 1972, pp. 57ss.; CAPPELL11974, p. 110; BARONE 1982, p. 231.

 

don vinc.jpg

 

CERCHIARA  DI CALABRIA

In dimensione storica.

 

    La Parrocchia di S. Giacomo Ap. Maggiore, il 25 luglio 2009  ha celebrata la festa dell’Apostolo, che da mille anni è  suo titolare. diventata la casa, dove la gente di Cerchiara è nata cristiana nel Battesimo, è diventato popolo di Dio col sacramento del Matrimonio ed ha costruita la storia della sua civiltà tra le feste della fede e la fatica del lavoro, tra  il pane della terra e il pane del  cielo, che nel convito parrocchiale di Cristo si è fatto cibo degli uomini, in tutte le generazioni del credo cristiano.

Alcune documentazioni letterarie e archeologiche di bronzo fotografate dal nostro autore  don Vincenzo Barone sulla  copertina  del  suo  libro  Storia, società e cultura di Calabria” fanno risalire all’età preistorica del bronzo i primi abitatori di questo nostro territorio, che, secondo Diodoro Siculo, ebbe la prima denominazione di “ Arponion” dai Focesi. (Vedi.G.Barrio ”Antichità e luoghi della Calabria” pag.614)  Sembra che quegli antichi greci con questo nome avessero voluto indicare la fatica con cui quei primitivi nostri antenati dovevano rubare (arpazo= rubare) le risorse della loro sopravvivenza alla terra incolta e agli animali bradi del bosco, che essi inseguivano fino a farli precipitare nell’orrido della gravina, dove, a pezzi, li facevano preda della loro voracissima fame.

In seguito, i Greci sibariti inclusero Arponion  nelle 25 città della loro “ANFIZIONIA” e  la iniziarono  al commercio con la moneta del loro statere (coniata con il toro), come un suo esemplare archeologico della collezione prima ricordata ci porta a  credere. Una conferma potrebbe essere la notizia con cui il Giovine, storico locale di Taranto, riferisce  la visita di S. Marco a “Sibari in vertice montis” localizzabile a Cerchiara, perché essa è l’unica località della sibaritide posta “in vertice montis” e al colle, su cui ha costruito l’abitato del suo centro storico,   ha dato il nome di “Costa di S. Marco” 

Durante il periodo storico sibarita, che dal 720 a,C. va fino all’anno 194 a.C., quando fu occupata da Roma col nome di  Copia, Cerchiara si integrò nella storia della Magna Grecia con  lingua, usi,   costumi e civiltà, come potrebbe essere la conoscenza della Grotta termale delle Ninfe, che le sibarite avrebbero frequentata per la loro cura di bellezza.

Dal 194 a.C. Cerchiara visse sotto l’occupazione romana molto marginalmente e con la qualifica di castrum per la sua ubicazione ai confini con la Lucania, da dove già, nel sec. IV a.C., erano scese le invasioni dei Bruzi, a Thurii, e dei Lucani, a Laos.

Con la caduta dell’impero, nel 476 d.C., Cerchiara  si trovò bizantina e longobarda con le rispettive indicazioni  di castellion e di Rocca, come tuttora si chiama il rione sito sulla roccia del castello normanno del 1080. L’ evoluzione storica di quel fine millennio è avvenuta in una totale integrazione politica e culturale longobarda e bizantina, che con l’arrivo del monachesimo orienta alle pendici del monte Sellaro ebbe una definitiva configurazione etnografica con il cambio anche del nome. Comunque, tra i fatti storici che Cerchiara visse  coi Romani, c’è da ricordare la battaglia finale, in cui ebbe fine la ribellione e la vita di Spartaco (113-71 a.C.), a Lagoforano, nel territorio allora di Cerchiara, sotto la vetta del Pollino, come possiamo capire da Plutarco, che localizzò la morte del tracio ribelle, presso il  “lacus lucanus”.

Con il periodo storico bizantino e longobardo (sec,VI-XI) iniziò il medioevo, in cui Arponion prese il nome di  Circlarion, e Circlarium oppidum, come si legge nei documenti notarili dotali e commerciali del XII sec., riportati nel “Syllabus“ del Trichera (Vedi, pagg.234,-43,-45, -65,323,-24. del 1166,-72, ecc.). Nell’area del suo territorio, si impiantò il monachesimo orientale, dal sec.X, con 11 monasteri e quello fem- minile di S. Fantino del 1192 dipendenti dall’ascetario delle Armi,  come fu chiamato il monte  di roccia frastagliata del Sellaro e la icona Sanctae Dei Genitricis de Armis”, su pietra (Vedi Syllabus del Trichera pag. 307)  Dal 1059, Cerchiara era già passata sotto il dominio dei Normanni ed era  divenuto un borgo  protetto dal Castello, di cui ancora restano pochi e imponenti ruderi, e raccolto intorno alle chiese parrocchiali di S, Pietro e di S.Giacomo, che divennero i più importanti centri di aggregazione  della gente sparsa nei campi.

Dopo la notte dei “ Barbari silenzi”dell’alto medioevo, presso l’ascetario de Armis si accese  la luce del primo umanesimo con il centro scrittorio di S. Gregorio, che per chiamata di Ottone III  con altri monaci arrivò fino a Burtscheid, presso Aquisgrana, dove fondò  il centro culturale del monastero di S. Nicola.

Da Cerchiara, partì l’umanesimo, che, dopo il quattrocento, si affermò con l’arte rinascimentale dell’architettura del Santuario de Armis e delle chiese parrocchiali, che si arricchirono ancora, nel ‘700, di artistiche tele e ricco arredamento, a cui il Parroco Don Vincenzo Barone ha fatto seguire i valori aggiunti  dei grandi mosaici della chiesa di S. Giacomo. La terra che calpestiamo è la gente che siamo noi. (Bibliografia: Vincenzo Barone, “ Storia, società e  Cultura di Calabria – Cerchiara-“ II Ediz.. Abramo, 1982.)

 

DON VINCENZO BARONE

...
CONCORSO LETTERARIO

CONCORSO LETTERARIO,

Cerchiara, Perla dell’Alto Jonio

CERCHIARA DI CAL. 20.8.2009  RELAZIONE DEL PRESIDENTE DELLA SEZIONE NARRATIVA, DON VINCENZO BARONE

 

La giuria di questo concorso letterario 2009, in data 14 agosto, ha candidato al I° premio per la narrativa il racconto inedito  “ FATIMA”, dell’autore Fappani Pierluigi di Brescia, perché con stile piano e lineare ha portato alla ribalta della coscienza dei lettori l’attenzione sulla violenza del principio di civiltà, che ha condizionata la donna nella storia universale fondata, attraverso la primordiale mitologia antifemminista.

Infatti, nella Mesopotamia, la dea Ishtar si vendicò contro l’eroe Gilgamesh, per averle negato il suo amore, e da un serpente gli fece  sottrarre l’immortalità.

La dea Tiamat, poiché creava e distruggeva fu uccisa dal dio Marduk  e  infestò la terra coi demoni del suo esercito sconfitto e disperso dovunque.

Nella Grecia, Pandora, aprì il vaso regalatole da Zeus, nel giorno delle sue nozze, e da esso fece vasare sull’intera umanità la morte e tutti i mali.

Nella Bibbia, la psiche trasgressiva di Adamo ebbe il nome  allegorico di donna e a lei fu attribuita la colpa di avere introdotto nel mondo la morte e  tutti mali.

Nell’Islam, il Corano, nella sharia, ordina che “gli uomini siano preposti alle donne.. e che nella famiglia la donna sia sottoposta al padre. 

In India, il codice Manu, nel II e III secolo a.C.,  regolamentò la condizione sociale delle donne e  impose loro di non essere mai sole.

 In Africa, tra tutte le diverse situazioni  sociali di subordinazione delle donne all’uomo, ricordiamo la loro marcia, contro il parlamento del Sud Africa, perché avesse abolite le leggi della loro discriminazione sociale.

Dopo questo necessario excursus storico e culturale sulla condizione della donna, nelle civiltà mondiali, è  giusto portare il discorso anche sulla natura bio-psicologica della relazione umana, tra donne e uomini.

L’età della adoloscenza entra nella vita, attraverso la carica  esplosiva del principio  di piacere della natura inconscia, che, di fronte al  principio di realtà della cultura sociale, deve essere inibito, per differire e indirizzare il suo bisogno istintuale di soddisfazione immediata, verso la meta della trasformazione dell’uomo animale in essere umano.

Egli, infatti, diventa uomo, quando passa dalla natura alla cultura del mondo storico-sociale in cui vive, perché, là  comincia la civiltà dell’ ordinamento social di tutti i cittadini, che si  uniscono in nazione con la stessa lingua, i medesimi costumi e quella solidarietà, per la quale  raggiungono lo stesso fine di convivenza sociale e di progresso.

La narrativa del premio, infatti, racconta la vicenda sentimentale di due sedicenni, che nei loro incontri occasionali di vita scolastica, si sono accesi di passione sentimentale e di emozioni, fino alla loro prima esaltante esperienza sessuale e alla sua conclusione nella gravidanza imprevista e traumatica della ragazza.

Questa fu una vera bomba  di sovvertimento della vita tranquilla di lei e della famiglia, perché diventò subito una  terribile prospettiva di tragedia contro la loro reputazione sociale, ma, specialmente, contro la loro appartenenza al credo musulmano, che si fonda  sul principio inderogabile di “Libro e spada”, per il quale l’ubbidienza alle leggi del Corano vale più della vita e ogni disubbidienza sociale ad esse è soggetta alla pena di morte.

La famiglia musulmana della ragazza, che era emigrata a Brescia dal Pakistan per motivi di lavoro del padre, si trovò di un colpo in  un improvviso terremoto emotivo, per le conseguenze, che il fatto imponeva alla loro condizione sociale e religiosa di emigrati musulmani, in terra straniera.

 Fortunatamente, però, il padre, che  aveva già compiuto il suo salto culturale nella civiltà italiana, fece prevalere  il suo amore per la figlia e si propose di risolvere il caso nel silenzio sociale del matrimonio riparatore di lei.

Allora, dopo pochi giorni, presentò la figlia a casa della zia  e con lei concertò il suo piano riparatore, che già aveva proposto alla figlia e ai genitori del venticinquenne  mandriano Qasin, il prescelto sposo della malcapitata ragazza.

“Ecco il tuo sposo”, disse freddamente il padre alla figlia e la riportò subito a casa, dopo di avere già presi gli accordi opportuni riguardanti il bambino,la dote e l’abitazione della improvvisa nuova coppia.

A questo punto, termina il racconto con la ragazza, che tornò a casa e, guardando il muretto della terrazza, dietro di esso vide un vuoto e una eternità ignota……….

Fu la naturale tentazione, che segue ad ogni fallimento di un  progetto di vita, come fu l’espediente del matrimonio riparatore, con cui il genitore pachistano salvò la figlia dal’ignominia  sociale e dalla morte voluta dalla legge islamica. Questo fatto porta il nostro ricordo al matrimoni riparatore, che era previsto perfino nella vecchia legislazione italiana, ed era imposto dalla famiglia della ragazza deflorata all’uomo della relazione amorosa con essa.

Anzi, c’era di più, perché il rifiuto dell’uomo veniva minacciato col delitto di onore, che doveva salvare la dignità del clan familiare e l’onore della ragazza, di fronte a tutta la gente del proprio ambiente sociale.

Questa cultura nacque nel medioevo, quando i Longobardi  introdussero nel regno italico la legge del “mundio”, che dava al re il potere di difendere i suoi cittadini inermi dai soprusi altrui e al Padre di famiglia dava il diritto di tutelare i figli fino a quando diventavano capaci di usare le armi.

Per le donne il mundio durava sempre, perché non si ritenevano mai capaci di usarle, a loro difesa.

Solo nel matrimonio il mundio passava al marito di lei, dietro il pagamento al feudatario di una tassa, detta  jus primae noctis”.

A Cerchiara, nei casi, in cui si prevedeva la impossibilità del matrimonio riparatore, la ragazza madre si teneva nascosta e, per salvare  l’ onore di lei e della famiglia insieme alla vita del  neonato, perché questo veniva  portato , di nascosto,  alla ruota del brefotrofio istituito presso il Santuario di S. Maria delle Armi, perché là trovava le “ nutrici “ che si prendevano cura di lui, fino alla maggiore età di 18 anni, se era un maschio, o fino al giorno del suo matrimonio, se era una donna. Ad essa veniva negata la istruzione scolastica, ma veniva data istruita a fare i  lavori donneschi.

A tutti gli esposti  veniva dato un  nome, che era sempre seguito dal cognome di  Cerchiara” o di “ Dell’Armi”.

 La civiltà ha sempre imposto restrizioni e condanne alla libertà  istintiva del piacere sessuale della  natura inconscia, perché la cultura deve controllare la natura e deviarla dalla soddisfazione libera e immediata alla loro sublimazione nei valori sociali della vita e del progresso, che si fa civiltà di convivenza solidale, tra gli uomini di una stessa società.

La civiltà comincia quando l’individuo rinunzia alla sua soddisfazione totale e immediata e la indirizza verso il fine della trasformazione dell’uomo in persona  razionale e relazionale con l’altro, contro la passione amorosa inconscia di possederlo, per essere da lui posseduto.

L’origine di questo piacere inconscio di natura mi sembra di trovarla nella ricerca della università di Stanford guidata dal Prof. Peter Underhil, che  ha fatto risalire la generazione della vita all’ermafroditismo della sola femmina, già da 84 mila anni prima dell' apparizione del maschio nella catena della vita animale.

L’organizzazione sessuale, tra tutte le specie animali, sarebbe, quindi, un prodotto della evoluzione, che distinse il sesso, tra maschio e femmina, e lo ha trasmesso nella conservazione della specie, attraverso il bisogno naturale dei due  sessi  di possedersi insieme, attraverso la copula sessuale, per la quale due esseri diventano una “sola carne”,ossia, un solo essere, secondo il linguaggio semita della Bibbia. ( v.Ravsi, “La Bibbia della famiglia” pag. 14  Ediz. S. Paolo 1993)

Perciò. il desiderio sessuale è la forza istintuale, che urge i due sessi a tornare, almeno per un momento, ad essere l’Adamo ermafrodita di Alien Dream.

In natura, è tuttora ermafrodita la Leuqhaea, regina della barriera corallina.

Esso avviene con la corsa folle e istintiva dello spermatozoo verso l’ovocito, per  annegarsi in esso con il massimo piacere inconscio dell’orgasmo, nell’atto  di formare insieme la nuova cellula-anello nella catena della vita dell’uomo e degli animali di ogni specie.

Sul vertice della soddisfazione sessuale, il piacere diventa l’oscuro orgasmo degli amorosi sensi nell’atto, in cui nasce il nuovo germe della continuità ciclica della vita, sulla ruota dell’ eterno ritorno di ogni cosa , nel mondo.

Anche le antiche mitologie più vicine a questi fatti, non trovarono assurde le tradizioni circa le dee, che generavano da sole i propri figli, come  quando  Hera gemerò  Ares da sola per dispetto al marito Zeus, che da solo aveva generata Athena dalla sua testa dolorante.                                                              

Credo che proprio per questo fatto la storia biologica dell’umanità è una storia di sesso, che nella primordiale orda fu monopolio del Padre, contro i figli, che, per rivendicare il loro diritto sessuale,  diventarono parricidi, per accedere al sesso  libero. Cosi, al patriarcato alternarono il matriarcato della libertà di sesso, che Platone teorizzò nel suo trattato “ La Repubblica“, con la proposta del comunismo sessuale e della libertà sessuale della donna da ogni controllo e vincolo di legge.

Per il bisogno irresistibile del piacere istintivo del sesso, anche la Bibbia incluse, tra i mestieri  dei nipoti di Caino, quello della prostituzione di  Noema, ossia la “bella” (Gen.4,22).

Per questo, quando il bisogno biologico di sesso si esclude dal controllo del principio di civiltà, si fa stupro e violenza, contro la dignità della donna. .

Il Cantico biblico dell’amore è divenuto l’inno eterno dell'Eros, che fa cantare l’uomo al  proprio femminile con le più dolci metafore della  sua immaginazione,  per la quale le fattezze femminili si fanno fascino di un corpo, in cui tutto è il  massimo della bellezza e dell’amore di possedersi a vicenda per l’eternità.

Così avvenne, quando il corpo della sulamita proiettò il massimo fascino delle sue forme nella fantasia erotica di Salomone. Allora,  le curve dei fianchi  diventarono gioielli  e l'ombelico si mutò in una coppa rotonda di vino drogato. (CC.7, 2-3). Possiamo dire che  il fascino femminile   è il boomerang  incendiario di passione del desiderio maschile, che, nello stesso momento, in cui sulla donna proietta l’immagine della sua passione, questa gli  rimbalza dietro con la massima carica di correre l’avventura  dell’essere  due in un solo essere.

Questo cenno di storia della sessualità,  che per inciso porta anche la  data di origine della  moda ombelico delle ragazze, vuole essere un esempio di come il sesso  sia stato sempre il buco nero dell’ inconscio, in cui l'uomo cade senza nessuna energia di coscienza, e in esso gli “è dolce naufragare”  con  la passione di amare, per essere amato, e di possedere  l’altro, per essere da lui posseduto, fino al momento, in cui il principio di realtà non lo svegli nel suo mondo storico-sociale di essere umano.

La storia della ragazza raccontata  nella narrativa di questo  nostro premio letterario 2009 è quella di tutte le ragazze del mondo e della storia, come fu quella dalla biblica Agar, che col suo piccolo Ismaele fu respinta nel deserto da Abramo, e quella  di  Rea Silvia, la ragazza  madre dei fondatori di Roma, Romolo e Remo.

Si potrebbe dire che essa sia la naturale conclusione della legge biologica degli istinti  del piacere inconscio  di natura, che di fronte alla legge del principio di realtà, non sanno, né riescono ad  inibire la pulsione della loro soddisfazione immediata e totale, contro il principio di realtà delle regole sociali della civiltà.

Questa, infatti, comincia, quando i bisogni degli istinti si reprimono, o si differiscono,  verso un fine  culturale della civiltà, che trasforma le vicissitudini degli istinti nelle vicissitudini dell’apparato psichico, ed eleva l’uomo animale in essere umano. (H.Marcuse.”Eros e civiltà” pag. 59-60).

Questo salto di qualità  dell’uomo biologico e inconscio in uomo psichico e razionale è stato il   più grande mistero della conoscenza dell’uomo, che ha riempito di miti e  filosofia la cultura classica e ed ha creato  religioni e divinità nelle scritture sacre dei popoli antichi, come, particolarmente, furono l’Enuma Elish dei Mesopotamici e la Bibbia degli Ebrei.

Il mito emblematico di tutta la tematica della forza inconscia della sessualità, tra maschio e femmina, è quello di Psiche e Cupido. I due personaggi vissero la loro storia amorosa nella profondità del loro inconscio, raffigurato dalla  oscurità della notte. Cupido aveva proibito a Psiche di guadarlo in volto, con la minaccia di fuggire lontano da lei, per sempre.  Psiche, però, disobbedì e una notte, al lume di una lucerna, osò  guardarlo e baciarlo in faccia. Cupido. allora, balzò immediatamente dal letto e disparve per sempre, lasciando Psiche nelle desolazione, che divenne pazzia e  fuga randagia per il mondo, perché l’inconscio del principio di piacere istintivo può sovrastare  la ragione e sopprimerla. Allora, la delusione del possesso perduto si fa passione di riconquista dell’altro, attraverso la violenza malvagia dello stupro e della vendetta, che può essere spinta fino al delitto personale, o, proprio di un selvaggio principio di realtà di orda sociale, o di religione,

Ma, per la legge del Fato, che abolì ogni eternità, nella storia di Psiche, a Cupido successe Zeus, che quale dio della ragion e della conoscenza la invitò ad entrare con lui nell’Olimpio e la fece sposare con Eros, il dio dalle frecce d’oro e dell’amore razionale e relazionale di solidarietà con gli altri.        UPIDO SUCCEDE FATALMENTE zMa Zeus, dio della ragione, per compassione la chiamò tra gli dei dell’Olimpo e le fece sposare Eros, il dio dell’amore razionale dei valori della Allora, Psiche riacquistò la ragione e, uscìta dall’inconscio della passione, visse con Eros la sublimazione dei suoi valori della vita.

La cultura  è il principio di realtà, che all’uomo impone delle costrizioni, non solo per la sua convivenza sociale con gli atri, ma anche per la conservazione biologica della sua struttura istintuale, che è sempre minacciata dall’istinto di morte, a cui il piacere tende attraverso la soddisfazione totale, in cui la ragione si annega con tutti i valore  della vita.

(Vedi “Eros e Civiltà” Marcus, pagg.74-75. Ed.Einaudi,To.1964)

Sotto il principio di realtà, l’uomo sviluppa  la funzione della ragione e con essa acquista il criterio di distinzione, tra il bene e il male, e crea nel mondo la sua civiltà, che non distrugge il piacere, ma lo differisce, lo salvaguarda e lo trasforma in azione di armonia dei valori vitali, che creano società e civiltà.                                               
CERCHIARA DI CALABRIA ( Cs) .20 Agosto 2009

Don Vincenzo Barone

presidente del premio letterario per la narrativa.

 

 

Copyright (c) 2000-2006   Condizioni d'Uso  Dichiarazione per la Privacy
DotNetNuke® is copyright 2002-2010 by DotNetNuke Corporation